mercoledì 28 marzo 2012

Chiamati a dare la vita


Marco Cirnigliaro, Il cavaliere di Dio

[...] Offro a te tutto me stesso, lo studio e il gioco,
le parole e il silenzio, il pianto e la gioia,
seguendo la compagnia che tu mi hai dato
come segno della tua presenza,
perchè la mia vita si compia e il mondo ti riconosca [...]

(da Consacrazione a Cristo, Re dell'Universo)

domenica 11 marzo 2012


Paul Cézanne, Mele e arance, 1895-1900 circa,
Parigi, Musée d'Orsay


"[...] tutto ciò che vediamo non è vero, si disperde, se ne va. La natura è sempre la stessa, ma nulla resta di lei, di ciò che ci appare. La nostra arte deve darle il respiro della durata [...] Deve farcela gustare come eterna. Che cosa c'è sotto di lei? Forse nulla. Forse tutto. Tutto, comprende?"

Paul Cézanne in Joachim Gasquet, Ce qu'il m'a dit, in Cézanne, 1921)

lunedì 26 dicembre 2011

mercoledì 27 luglio 2011


Cameretta, Elena Nassi




Questo senso penoso di precarietà mi teneva ancora e non mi faceva amare il letto su cui mi ponevo a dormire, i varii oggetti che mi stavano intorno. Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch'esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a sé. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d'immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra esso e noi, l'anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.




(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

domenica 27 marzo 2011



(Andrea Mantegna, Cristo Morto, 1475-1478, tempera su tela, 68x81 cm, Pinacoteca di Brera, Milano)


Il Cristo Morto di Mantegna




Percorro i corridoi della Pinacoteca di Brera e, voltato l'angolo, mi trovo innanzi alla tela del Cristo Morto dipinta da Mantegna. Questa si presenta davanti a me con i suoi colori spenti, con la pesantezza del corpo morto di Cristo e con le smorfie di dolore di Maria, Giovanni e della Maddalena. La scena mi riempie il cuore d'angoscia. La prima cosa che noto sono le sproporzioni del corpo del morto. Il soggetto è in prospettiva, ma i piedi sono troppo piccoli per essere in primo piano; le gambe sono corte, il torace troppo grande, le spalle sono così larghe che sembra che le braccia siano staccate dal corpo e la testa è enorme. Possibille che Mantegna abbia sbagliato a usare la prospettiva? Conoscendo la sua maestria nella resa illusionistica sicuramente no, eppure vedendo l'opera così da vicino mi sembra sbagliata. Di fatto questo corpo sproporzionato mi lascia dentro qualcosa di pesante, di amaro, un turbamento, una ferita. Lo spazio in cui si svolge la scena è tanto angusto che, anche solo osservandolo dall'esteno, mi manca l'aria. Non riesco a tenere per molto tempo lo suardo sul quadro e una sensazione di claustrofobia mi costringe a voltarmi e a fare qualche passo indietro per allontanarmi dall'opera. Prendo un respiro e mi giro verso il dipinto. Un colpo al cuore mi prende e mi toglie il respiro: tutte quelle sproporzioni sono svanite improvvisamente e la prospettiva del quadro è diventata un tutt'uno con quella reale; la stanza si allarga, lo spazio illusionistico del quadro sfonda la cornice e si fonde con lo spazio reale trasportandomi all'interno della scena. Ora mi trovo in un corridoio che porta a quella stanza ed esattamente di fronte a me, attraverso la porta, riesco a vedere il corpo di Cristo, freddo e bianco, disteso su quel blocco di marmo, e attorno a lui la madre e gli amici che piangono e si disperano. Guardo da lontano le mani di quel Cristo, a cui prima non avevo fatto caso: quelle sono le mani di un uomo vivo, dormiente, che tengono delicatamente i lembi del lenzuolo. Un morto non può avere delle mani così vive. Anche il volto del Cristo è stranamente sereno e le sue sopracciglia aggrottate non sono quelle di un'ultima espressione di dolore, sembrano invece appartenere ad un uomo che riposa ed attende il momento del risveglio. La luce che entra da destra gli accarezza il corpo e dipinge d'oro la carne candida di quell'uomo, come la promessa di una nuova vita, una vita eterna. Ancora una volta, forse ora più che mai, Mantegna è riuscito a fingere con la sua pittura uno spazio illusionistico, cogliendo l'osservatore di sorpresa, sconvolgendolo di fronte a quell'evento che sta accadendo di fronte ai suoi occhi, in quel preciso istante. Che questo dipinto abbia sorpreso lo stesso Mantegna, portandolo a non separarsi mai da quest'opera? Guardo per l'ultima volta il quadro e mi allontano pensando a Mantegna che è rimasto ferito dalla sua stessa opera, che lo ha sconvolto nel profondo, a lui che si fermava di fronte alla sua tela pensando che forse ciò che aveva fatto era al di là delle sue limitate capacità umane e che forse la sua mano aveva obbedito ad un Intelletto più grande.



Elena Nassi

domenica 16 gennaio 2011


Pietà di Michelangelo, Galleria dell'accademia, Firenze, copia dal vero

"La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l'uomo al suo Destino ultimo"

Benedetto XVI

domenica 19 dicembre 2010



Cristo da Caifa, Sacro Monte di Varallo, copia dal vero




Vedere è un atto creativo




Quando sono giunta, dopo la ripida salita, alla cima dove comincia il percorso delle cappelle del Sacro Monte di Varallo, ho sentito una strana sensazione dentro il cuore, di calma e pace, come non le sentivo più da tanto tempo. Ho capito fin da subito che il posto dove mi trovavo era quasi fuori dal mondo, isolato da tutto ciò che c’è all’esterno, ma nel contempo anche nel mondo, perché esso c’è, fa parte di esso, e perché quando entri in questo pezzo di realtà, entri tu, con tutto te stesso, portandoti dietro (e dentro) tutto ciò che c’è fuori.


Trovo un paragone con le parole di Eliot che, nei Cori da La Rocca, dice:


Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un mo­mento nel tempo e del tempo,


Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando,


bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo,


Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo, e quel momento di tempo diede il significato.”




Quindi anche il Sacro monte è così, come dice Eliot. Forse perché ciò di cui parla il Sacro Monte è proprio questo momento.


L’unica cosa certa è che il Sacro Monte è stato creato da quel momento ed è stato fatto per l’uomo, forse per il bisogno che ha in fondo al cuore.


Prima di vederlo pensavo che il Sacro Monte sapesse un po’ di vecchio, fosse qualcosa di antico, dato che Gaudenzio Ferrari lo ha fatto cinquecento anni fa per rispondere al desiderio di quella gente, inserendoli addirittura nella sua opera.


Chi se lo poteva immaginare che io sentissi il Sacro Monte così vicino a me?


Quando ogni giorno sento sempre più forte il bisogno di qualcosa e mi sento sempre più vicina all’orlo di un baratro, quando ormai il mondo è cambiato rispetto a cinquecento anni fa,


La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capo­volte, cosa possiamo fare


Se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto


In un’età che avanza all’indietro, progressivamente?” (Eliot, Cori da La Rocca)



Ma anche io, anche l’uomo è cambiato rispetto alle persone che vivevano attorno a Gaudenzio?


Il mio desiderio è uguale al loro?


Quando sono finalmente di fronte alle cappelle, dopo aver atteso questo momento e aver provato a immaginare come erano fatte e la reazione che avrei avuto davanti ad esse, ecco che succede l’inimmaginabile.


Gaudenzio, quando ha fatto le cappelle, ha pensato a me, ne sono sicura.


Lui le ha fatte per me.


Guardandole io mi sento finalmente parte di quella grande storia di quell’Uomo, a cui ho sempre voluto appartenere.


Io sono lì con loro e con Lui, mi sentono declamare nei tribunali, si voltano quando rompo l’oscurità con la luce della mia torca, puntandola sul Cristo, il centro della storia.


Mi commuovo in diversi momenti del cammino, la salita al calvario, dove la folla è troppa, Lui cade e lo coprono, ed è dura intravederlo fra la gente. Quando è lì, sulla croce, il corpo martoriato e sofferente, e io sono lì con lui. Poi la deposizione, e il suo corpo, bianco e delicato come porcellana, la pelle non è più segnata, quasi come fosse già risorto, viene tolto delicatamente dalla croce, in un atto di pura tenerezza e preghiera.


E forse la cosa più bella, quando ero là, è stata quando ho disegnato Gesù nei tribunali, quando ho capito che le grate che chiudono le cappelle non sono un impedimento, ma una parte integrante dell’opera, che ti costringe a catapultarti nella scena.


Quando ho preso i miei acquerelli dalla borsa, ho subito trovato la posizione ideale per lavorare: mi sono inginocchiata sul gradino attaccato alla grata e il mio volto coincideva perfettamente con l’apertura in essa.


Ecco perché i buchi nella grata, per vedere dentro, sono così bassi.


Sono qui, inginocchiata alle spalle di Gesù, giudicato da Caifa, e lo disegno, per trattenere questo momento, per fare in mondo che diventi mio: questo attimo è stato, forse, la preghiera più bella e vera che io abbia mai detto.


Mi commuovo di fronte a questo dono che Dio mi ha fatto attraverso le mani di Gaudenzio, che, ormai, è un mio caro amico, perché abbiamo qualcosa in comune, lo stesso desiderio e lo stesso bisogno di diventare testimoni della vita di Cristo.


Ora posso veramente dirvelo: io ho incontrato Cristo.